Che nessuno scarichi le colpe, ma sulla questione rifiuti, anche la Stampa ha le sue responsabilità. Se il compito dei giornalisti è denunciare il problema, non è detto che i toni debbano per forza essere quelli del veleno e delle sterili polemiche.

Probabilmente, una buona dose di formazione, nel tentativo di riportare la notizia nel modo più asettico possibile, non farebbe male. Non sarebbe sbagliato far capire alla comunità locale i rischi reali per l’ambiente legati allo smaltimento dei rifiuti, senza nessuna enfasi di troppo; così, pure, i benefici che derivano, anche in questo caso, senza nessuna promessa ingannevole, dall’utilizzo del rifiuto come fonte di ricchezza. Guai a giocar la parte del puritano: è un’etichetta che non mi appartiene. Sottrarre, tuttavia, una riflessione all’urlo della cronaca per far conoscere fino in fondo tutti gli effetti, positivi e negativi, collegati al fenomeno della postmodernità industriale, è un primo tentativo di coerenza per chi legge.

Come sostiene il professor
Vittorio Amato, nel testo “Il rischio tecnologico - Ambiente e territorio”, la popolazione deve essere informata; sensibilizzata; aiutata a comprendere. Il Lulu (Locally Unwanted Land Use) – cioè l’infrastruttura o l’intervento che nessuno vorrebbe nel proprio Nimby (Not In My Back Yard/non nel mio giardino) – cioè nel proprio territorio – è motivato dal grado di percezione e “dalla reazione delle comunità locali alla decisione espressa da parte di un’azienda o di un ente”. La questione va estesa e deve essere letta nel modo completo.
Non solo limitarla ai rifiuti, ma a qualunque realtà sentita come estranea. “Un Lulu può essere una qualsiasi infrastruttura, pubblica o privata, inevitabile corollario di una società tecnologicamente avanzata e orientata al benessere. Si tratta, pertanto, di impianti che vanno dallo smaltimento dei rifiuti tossici alla produzione di energia o prodotti chimici.
Tutti questi impianti condividono un attributo comune: essi provocano un percepibile e sostanziale danno alle persone ed alle proprietà che si trovano ai contorni della loro localizzazione”. “Accade – scrive Amato - che la minaccia alla qualità ambientale, così come capita dalle popolazioni direttamente interessate, possa essere completamente diversa da quella definitiva e stimata in sede tecnica.
Pertanto, in presenza di comportamenti di tipo Nimby, la scelta localizzativa di un determinato impianto può essere influenzata non da criteri tecnici di compatibilità ambientale bensì dai criteri soggettivi di chi subirà gli effetti dell’opera”. “Sebbene gli impianti e le strutture che emettono sostanze tossiche o, comunque, dannose risalgono agli albori della rivoluzione industriale, il fenomeno Nimby rappresenta qualcosa di realmente nuovo” che merita, tuttavia, la giusta considerazione e l’appropriata valutazione, per non scadere nella psicosi frenetica del Niamby: cioè nel giardino di nessuno.
articolo a cura di Elviro Di Meo
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